Intervista al Cav. Lav. Domenico Bosatelli

 

Cav. Lav. Bosatelli, quali effetti ha avuto sul progetto Chorus Life l’avvento del Coronavirus e delle sue conseguenze?

 
Lo scenario nel quale siamo stati catapultati dal Covid-19 impone un cambiamento di abitudini che avranno un impatto sui nostri comportamenti, sia a livello individuale che collettivo.
Tutti i luoghi e gli spazi di aggregazione subiranno inevitabilmente un ripensamento, sia nella fruizione degli spazi che nelle funzioni e destinazioni d’uso.
Tuttavia, a fronte delle limitazioni nel breve periodo, possiamo affermare che molti dei cambiamenti in atto già prima dell’emergenza subiranno un’accelerazione: in particolare, credo che il modello sociale di Chorus Life che al centro pone la salute e il benessere della persona attraverso servizi digitali, prestazioni sanitarie in loco, abbattimento delle barriere architettoniche e mobilità intelligente, risulterà ancor più aderente ai futuri bisogni delle aree urbane.
 
 

La qualità del vivere in un contesto di benessere e sicurezza guiderà le famiglie nella ricerca della casa?

 
Questi saranno sicuramente i bisogni che saranno ricercati anche quando ci saremo lasciati alle spalle questo difficile passaggio storico. Non dimentichiamoci, infatti, che l’umanità ha sempre dovuto affrontare prove difficili come le pandemie che sono sempre state superate trovando nuovi equilibri sociali che hanno avuto un impatto sul modo di concepire la vita in comunità.
E anche in questo caso sono convinto che la capacità di reazione ed immaginazione metterà in moto idee ed assetti che produrranno un nuovo balzo evolutivo.
Tuttavia, dobbiamo sempre ricordarci che l’uomo è innanzitutto un animale sociale che vive e si realizza proprio attraverso la sua rete di affetti e di relazioni.
L’aggregazione sociale sarà sempre il bisogno più profondo al quale le città dovranno rispondere anche in futuro, perché è nell’integrazione sociale che prende forma il benessere dell’essere umano.
 
 

In questo contesto il progetto Chorus Life si conferma come un prototipo replicabile in altre realtà territoriali?

 
La ragione per la quale sono sempre più convinto che Chorus Life sia un nuovo modello replicabile in tutte le aree urbane del mondo risiede innanzitutto nella sua capacità di concepire le funzioni urbane come coniugazione fra spazio fisico e servizi digitali: il modello urbanistico di Chorus Life si basa infatti su una rete di servizi di prossimità costruita attorno alla persona, indipendentemente dall’età anagrafica e dai conseguenti bisogni.
Lavoro, istruzione, prestazioni sanitarie, attività commerciali potranno essere fruite attraverso la stessa piattaforma fisica e digitale, facendo saltare lo schema per il quale sono le persone a doversi spostare per accedere a queste funzioni.
 
 

Il futuro vedrà soluzioni abitative che permettano il lavoro da casa. Sarà una soluzione che troveremo anche in Chorus Life?

 
L’importanza dello smart working è emersa in tutta la sua forza sin dalle prime battute di questa emergenza.
Tuttavia, ad essere definitivamente scardinato è lo schema di progettazione funzionale delle città con la suddivisione in distretti direzionali, industriali o commerciali.
In questo senso Chorus Life rappresenta un caso emblematico di questo cambio di paradigma, perché nella struttura saranno presenti spazi multifunzionali che potranno essere sfruttati per l’aggregazione lavorativa [co-working, ndr.], per la socializzazione o per la dimensione ludica.
 
 

Lei ha più volte richiamato il '45 per lo spirito di entusiasmo che animò gli italiani per una ripresa del paese e dell’economia.

Oggi si può generare la stessa forte volontà di rinascita?

 
Di quell’Italia ho un ricordo memorabile e indelebile: l’immagine di un Paese in fervore, ansioso di ritrovare un futuro, ma soprattutto di impostare la sua esistenza lontano dalla paura, dall’incertezza e dalla sofferenza. Non siamo nella stessa situazione di allora perché nel ’45 abbiamo dovuto sopportare i debiti di guerra che erano enormemente più grandi di quelli di oggi.
Una delle leve di allora fu senza dubbio la semplificazione burocratica che permetteva di iniziare un’attività senza troppi vincoli amministrativi.
Basti pensare che allora gli impiegati dello Stato erano 200 mila contro i 4 milioni di oggi.
Penso che per rimettere in moto l’intero sistema Paese saranno necessarie misure straordinarie quali: l’adozione di provvedimenti per dare liquidità immediata a imprese e famiglie; una presenza statale più attenta e di rottura con il passato, semplificando la burocrazia (ciò che costa non sono le tasse ma l’apparato pubblico amministrativo); piani straordinari di opere pubbliche, da un coraggioso Piano Casa fino alle agevolazioni fiscali per ristrutturazioni e adeguamenti degli edifici; una fiscalità emergenziale che possa prevedere la sospensione nel pagamento delle tasse.
Se sapremo trovare quella fantasia, quello spirito goliardico, ma anche quel coraggio e quella determinazione di intraprendere misure eccezionali, riusciremo a respirare ancora quello spirito e quel fermento della primavera del 1945.
Bisogna dare spazio alla microeconomia che oggi rischia invece di soffocare; se si distrugge questa forza imprenditoriale si finirà con l’annientare il Paese.