In questo nuovo scenario emerge un ruolo completamente differente e centrale dell'abitazione come terminale fisico e digitale di altre funzioni urbane.

 
Le pandemie sono una costante nella storia dell'uomo. 
La logica del distanziamento sociale che impongono è concettualmente opposta alla forza aggregatrice alla base dell'idea stessa di città e di socialità urbana. 
Ciò nonostante nessuna epidemia globale ha mai realmente intaccato questa spinta aggregativa.
 
Ci sono però alcune caratteristiche specifiche della pandemia che stiamo vivendo che potrebbero dare luogo ad una trasformazione permanente e significativa dei comportamenti abitativi e delle modalità con cui molti servizi urbani verranno forniti in futuro. 
Home working, remotizzazione di prestazioni sanitarie, fruizione da remoto di programmi scolastici e di formazione, etc. 
 
L'emergenza potrebbe quindi avere l'effetto di accelerare questi processi di behaviour-change che di fatto erano già in atto in precedenza, dando compimento definitivo al superamento del paradigma della città funzionalista basato sul binomio zonizzazione funzionale-sistemi di trasporto.
 
In questo scenario emerge infatti fortemente un ruolo completamente nuovo e centrale dell'abitazione come terminale fisico e digitale di altre funzioni urbane: lavoro, sanità, istruzione, commercio. 
Queste potrebbero quindi dover ridurre sensibilmente i propri spazi fisici tradizionali smaterializzandoli in servizi abitativi digitali e forse in futuro anche in unità modulari mobili.
 
L'infrastruttura residenziale dovrà quindi essere totalmente ripensata alla luce di questa sua ibridazione tipologica e tecnologica, ma soprattutto dovrà essere ridisegnata per adattarsi a strutture di aggregazione micro sociale che tenderanno sempre di più ad integrare aspetti di socialità collettiva e per certi versi anche pubblica.
 
Comportamenti urbani che gravitino maggiormente sullo spazio abitativo, a fronte di una riduzione drastica dei trasporti e delle relative emissioni, implicheranno anche una forte rivalutazione delle pedonalità in uno spazio urbano di vicinato esperienziale e relazionale, inteso come vera e propria estensione del perimetro domestico. 
Il tessuto urbano potrebbe quindi riconfigurarsi gradualmente come un sistema di "campus abitativi di prossimità" bio-resilienti nei quali non siano più gli utenti a doversi spostare per raggiungere quotidianamente le principali funzioni urbane, ma siano le funzioni urbane a stabilire in ciascuna campus dei presidi fisici e digitali.
 
L'emergenza inoltre ha evidenziato i tragici limiti della segregazione abitativa generazionale
Servizi e presidi di assistenza sanitaria alla terza età integrati nell'infrastruttura residenziale consentirebbero anche una più salubre e quanto mai vitale integrazione sociale tra le diverse generazioni.
 
Questo vero e proprio "salto evolutivo" dell'abitare apre ovviamente uno scenario che amplia fortemente anche le dimensioni e la natura stessa della redditività legata alla funzione residenziale, trasformandola nella principale piattaforma urbana multifunzionale fisica e digitale per la fornitura di "servizi abitativi integrati".
 
Ma affinché tutto questo si realizzi serve una mobilitazione delle idee e delle volontà.
Questo significa innanzitutto una finanza in grado di intuire e perseguire le opportunità epocali del cambiamento di paradigma nel modello economico. 
Serve però anche una politica che abbia il coraggio di usare "l'arma nucleare" per non fermarsi ai "lacci e lacciuoli" ma che operi una vera e propria "tabula rasa" normativa e burocratica.
In ultimo occorre una cultura professionale (parlo soprattutto per gli architetti) capace di darsi nuove competenze e nuovi obiettivi: sociologia, psicologia, design di gestione, economia digitale, interface design, sono questi gli strumenti culturali necessari ad un architetto per disegnare e immaginare la città di domani, e per aprire un orizzonte eticamente "impegnato" della professione non limitato solo al "come" tecnico ed estetico, ma necessariamente esteso anche al "cosa", al "perché" ma soprattutto al "per chi" in ultima analisi progettiamo.
 
A cura di Joseph di Pasquale, JDP Architects